Scheda prodotto ecommerce: quali obblighi scattano il 27 settembre 2026? Quattro campi nuovi, e li aggiunge chi ha in mano il template
Autore: Dimitri
Frontend developer
Dal 27 settembre 2026 il D.Lgs. 30/2026 porta sulla pagina prodotto il promemoria della garanzia legale, l’etichetta di durabilità, il periodo di aggiornamenti software e la riparabilità. Quali campi aggiungere al template e dove metterli.
Quando un cliente con un negozio online mi chiede se il D.Lgs. 30/2026 lo riguarda, rispondo aprendo la sua scheda prodotto. Non le condizioni di vendita, non la privacy: la pagina con il prezzo e il bottone «aggiungi al carrello». È lì che il decreto cade quasi tutto, e nelle schede che ho aperto finora non c’è ancora niente di quello che chiede. Normale: diventa obbligatorio il 27 settembre.
Dal 27 settembre 2026 la scheda prodotto di un negozio che vende a consumatori deve mostrare quattro informazioni in più: il promemoria della garanzia legale di due anni in un avviso standard, l’etichetta armonizzata quando il produttore offre una garanzia di durabilità, il periodo minimo di aggiornamenti software per i prodotti connessi e le informazioni sulla riparabilità. In più, ogni «eco», «green» o «sostenibile» nel copy deve poggiare su qualcosa di dimostrabile, altrimenti va tolto.
Il decreto recepisce la direttiva europea 2024/825, quella che chiamano «empowering consumers», ed è in Gazzetta Ufficiale dal 9 marzo 2026. Perimetro esatto, eccezioni e sanzioni sono materia da legale, e qui non le tratto: parlo di quello che tocca il template. Il legale ti dice cosa scrivere, ma i campi li aggiunge chi ha in mano il tema.
Il promemoria della garanzia legale va su ogni scheda, non nelle condizioni di vendita
Vale per tutti i beni venduti a consumatori, quindi su tutto il catalogo, e va dato prima dell’acquisto in un avviso armonizzato. Armonizzato vuol dire che il testo non lo scrivi tu e non lo scrive il tuo legale: il modello è definito a livello europeo, e si usa quello. Fino a oggi bastava una riga nei termini e condizioni. Da settembre l’informazione deve stare dove il cliente decide, vicino al prezzo o sotto il bottone di acquisto.
Dal punto di vista del template è la parte facile: un blocco statico, uguale per ogni prodotto, in un punto solo del tema. La cosa da non fare è incollarlo nella descrizione di ogni prodotto. Quando il testo del modello cambia, e prima o poi cambierà, lo vuoi correggere in un file, non in tremila schede.
L’etichetta di durabilità è un dato per prodotto, e va nel catalogo
Scatta solo se il produttore offre, senza costi aggiuntivi, una garanzia commerciale che copre l’intero bene per più di due anni. In quel caso la scheda deve mostrare un’etichetta armonizzata, anche questa con un formato definito a livello europeo. Se il produttore non la offre, non compare niente.
Questo cambia la natura del lavoro: non è più un blocco fisso, è un attributo del prodotto. Serve un campo nel catalogo, del tipo «garanzia di durabilità: sì o no, e quanti anni», e il template mostra l’etichetta solo quando il campo è compilato. Il valore te lo deve dare il fornitore. Se hai duecento produttori a listino, la parte lunga del progetto è chiederlo a loro, non scrivere la condizione nel tema.
I prodotti connessi devono dire per quanto ricevono aggiornamenti
Per i beni con elementi digitali, dallo smartwatch al robot aspirapolvere fino alla stampante con l’app, la scheda deve indicare il periodo minimo durante il quale il produttore fornisce aggiornamenti software, espresso come durata o come data. L’obbligo per chi vende vale quando il produttore mette a disposizione quell’informazione: non la devi inventare, la devi riportare.
Anche qui il posto giusto è un campo nel catalogo, non un paragrafo nella descrizione. Un campo di testo libero funziona ma invecchia male; meglio una data, così il template scrive «aggiornamenti forniti almeno fino al» seguito dal valore, e non hai una stringa da riscrivere ogni anno.
Riparabilità: l’indice dove esiste, altrimenti i pezzi di ricambio
Dove il diritto europeo prevede un indice di riparabilità per quella categoria di prodotto, la scheda lo mostra. Dove non c’è, si riportano le informazioni che il produttore rende disponibili su ricambi e riparazione: la disponibilità dei pezzi, il costo stimato, come si ordinano, se esistono istruzioni di riparazione.
Sono due campi distinti: l’indice è un numero, e si mostra come un’etichetta energetica; le informazioni sui ricambi sono un blocco di testo con dei link. Nel tema conviene una sezione «riparabilità» che si accende con l’uno o con l’altro, e resta invisibile quando non ci sono dati.
Le parole «eco» e «green» si tolgono dal copy, o si documentano
Il decreto inserisce fra le pratiche vietate l’asserzione ambientale generica: un «ecologico», «verde», «rispettoso dell’ambiente» che non poggia su una prestazione ambientale riconosciuta. Vieta i marchi di sostenibilità che non vengono da un sistema di certificazione o da un’autorità pubblica, quindi il bollino disegnato dal grafico. Vieta di dire «a impatto zero» se il risultato viene dalla compensazione delle emissioni. E vieta di riferire al prodotto intero una qualità che riguarda un solo aspetto: il packaging riciclato non rende «sostenibile» la scarpa.
Qui il lavoro è di due tipi. Il primo è una ricerca sul catalogo: si esportano titoli e descrizioni e si cercano quelle parole. Il secondo, che è quello che salta più spesso, sta nel tema. Mi è capitato di trovare l’icona della fogliolina con la scritta «eco-friendly» cablata nel codice del badge prodotto, attiva su tutto il catalogo, e nessuno ricordava chi l’avesse messa. Quelle si trovano solo aprendo i file.
La soluzione che preferisco non è cancellare tutto. È un campo «asserzione ambientale» per prodotto, con accanto il campo per la prova: la certificazione, il documento, il link. Il template mostra il claim solo se la prova c’è. Così il vincolo legale diventa una regola del CMS, e non dipende dalla memoria di chi carica i prodotti.
Dove vanno i campi: nel modello dati, non nel testo
Il filo che tiene insieme tutto è uno: ogni informazione nuova è un attributo strutturato del prodotto, e il template decide da solo cosa mostrare. Su Shopify sono metafield; su WooCommerce campi personalizzati o attributi; su un negozio su misura sono colonne in più e una sezione nel componente della scheda. Il nome cambia, la logica no.
Il motivo è pratico. Fra un anno un modello armonizzato cambia, arriva un indice di riparabilità per una nuova categoria, un fornitore allunga la garanzia: se il dato è strutturato è una modifica in un punto; se è testo sparso è una rilettura di tutto il catalogo.
E c’è la parte che non è codice. Le informazioni su durabilità, aggiornamenti e ricambi le ha il produttore, non il negozio. Se stiamo preparando un import, quelle colonne vanno chieste ai fornitori prima di toccare il tema: qualcuno non risponde per settimane, e il template resterebbe vuoto.
Sono giorni di lavoro sul tema, e settimane di raccolta dati
Su un negozio fatto bene l’intervento sul template si misura in giorni: un blocco fisso, tre campi, una sezione condizionale, una passata sul copy. Quello che non si comprime è raccogliere i dati dai fornitori e decidere con un legale cosa reggono davvero le tue affermazioni ambientali. Vale per chi vende a consumatori: il B2B puro non rientra.
Se il negozio è tuo, la domanda da farti non è «esiste un plugin». Il plugin può mettere l’avviso standard, ma non può sapere quanti anni di garanzia offre il tuo produttore. Chiedi a chi ti segue il negozio quali campi ha aggiunto e da dove prende i valori. Se la risposta è «dal testo della descrizione», il lavoro è ancora da fare.
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