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Voucher digitalizzazione PMI 2026: ci si paga il sito nuovo? No, ma il CMS e l'e-commerce in abbonamento sì

6 min di lettura
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Dimitri

Autore: Dimitri

Frontend developer

Il voucher MIMIT paga il 50% di software in abbonamento, cloud e sicurezza, CMS ed e-commerce compresi. Lo sviluppo su misura del sito no: ecco come dividere il preventivo.

Macro di una pila di monete bianche opache viste di taglio, con i bordi zigrinati che riempiono tutto il fotogramma e un bagliore ambra che filtra fra una moneta e l'altra

No: lo sviluppo su misura di un sito non è fra le spese ammissibili. Il voucher del MIMIT paga software in abbonamento, cloud e sicurezza informatica, e fra i software ci sono anche «i sistemi per la gestione dei contenuti digitali (CMS) ed e-commerce». Quindi l'abbonamento a una piattaforma e-commerce o a un CMS in cloud ci entra; le giornate di chi progetta e costruisce il sito no, a parte la quota di configurazione, che ha un tetto del 30% del piano.

Lo scrivo dal lato di chi i siti li costruisce. Ogni volta che esce un incentivo con «digitalizzazione» nel nome, in studio arriva la stessa richiesta: ci facciamo pagare il sito nuovo con il voucher? La risposta è quasi sempre no, e tocca a me spiegare dove invece il voucher serve davvero. Non sono un consulente di finanza agevolata: parlo di quello che tocca il sito, per il resto ci sono il decreto e le FAQ del Ministero.

I numeri del voucher, presi dal decreto

Il contributo è a fondo perduto, copre il 50% delle spese ammissibili e si ferma a 20.000 euro. Il piano di spesa deve valere almeno 4.000 euro, e ogni impresa può presentare una sola domanda. Possono chiederlo micro, piccole e medie imprese e lavoratori autonomi con sede in Italia, a patto di avere al momento della domanda un contratto di connettività da almeno 30 Mbps in download.

Le date. La compilazione delle domande si apre alle 12:00 del 20 ottobre 2026, l'invio va dalle 12:00 del 10 novembre 2026 alle 12:00 del 20 gennaio 2027. È uno sportello: le domande si istruiscono in ordine di arrivo e quando i 150 milioni finiscono il Ministero chiude, con una parte delle risorse riservata alle regioni del Sud.

I riferimenti: il decreto ministeriale del 18 luglio 2025 fissa le regole, il decreto direttoriale del 4 agosto 2026 i termini dello sportello. Il contributo è in regime de minimis e si somma agli altri aiuti dello stesso tipo già ricevuti.

Cosa ci entra: abbonamenti, cloud e sicurezza

Le spese ammissibili stanno in cinque famiglie, tutte da scegliere dentro un elenco chiuso:

  • hardware per la sicurezza: firewall, router e switch, sistemi di rilevamento delle intrusioni;
  • software di sicurezza: antivirus, monitoraggio della rete, cifratura, gestione delle vulnerabilità;
  • infrastruttura cloud (IaaS e PaaS): macchine virtuali, storage e backup, database, connettività VPN e protezione DDoS;
  • software in cloud (SaaS): contabilità, gestione del personale, ERP, CRM, e i sistemi per la gestione dei contenuti digitali ed e-commerce;
  • servizi di configurazione, monitoraggio e assistenza, servizi professionali compresi e formazione esclusa, fino al 30% del piano e solo se legati a una delle voci sopra.

Tradotto in un progetto web: l'abbonamento alla piattaforma e-commerce, l'hosting in cloud con backup, un firewall applicativo davanti al sito, e la configurazione iniziale di tutto questo. Per gli abbonamenti c'è un vincolo di durata: minimo 24 mesi, e se il contratto è più lungo contano solo i primi 24. Per gli acquisti diretti il piano va completato entro 12 mesi dalla concessione.

Cosa resta fuori: il sito su misura, e tre esclusioni da leggere due volte

Il lavoro di progettazione e sviluppo di un sito non compare in nessuna delle cinque famiglie. Non è un software in abbonamento, non è cloud, non è sicurezza. Design, template, codice, contenuti, SEO: tutto quello che rende un sito tuo invece che uguale agli altri resta a carico tuo.

L'unica porta è quella dei servizi di configurazione, con due avvertenze. La prima: il tetto del 30% vale sull'intero piano, quindi un preventivo fatto per quattro quinti di giornate di sviluppo è un preventivo che il voucher non vede. La seconda: quei servizi devono riferirsi a un prodotto in elenco. Configurare la piattaforma che stai acquistando ci sta; disegnare il sito, no.

Poi ci sono tre esclusioni che il decreto scrive chiare e che in un progetto web pesano:

  • prodotti o servizi con prestazioni simili a quelli che usi già;
  • aggiornamenti di versione, a meno che portino un miglioramento sostanziale, per esempio nuove funzioni di automazione o di intelligenza artificiale;
  • estensioni di licenze esistenti, posti in più, account in più.

Secondo me la prima è quella che fa più danni. Se hai già un e-commerce in abbonamento e vuoi cambiarlo con un altro che fa le stesse cose, rientri in quell'esclusione. Se invece oggi hai un sito vetrina e apri un negozio online, la funzione è nuova. Il confine lo decide il Ministero in istruttoria, non io: conviene chiederselo prima di presentare la domanda.

Il fornitore deve stare nell'elenco del MIMIT, e le iscrizioni sono chiuse

I prodotti e i servizi si possono comprare solo da fornitori iscritti nell'elenco tenuto dal Ministero, sulla piattaforma di Invitalia. L'iscrizione dei fornitori si è chiusa il 27 maggio 2026: chi non c'è adesso, per questo sportello non ci entra.

La conseguenza pratica è una: il nome che compare in fattura deve essere nell'elenco. Vale per la piattaforma a cui ti abboni e per chi te la configura. Alla domanda vanno allegate le offerte dei fornitori con i codici dei prodotti e il dettaglio dei costi: le verifiche vanno fatte prima.

Due cose ancora, che fanno perdere soldi. Il contributo arriva a saldo, in una o due rate, e la richiesta di erogazione si può presentare non prima di tre mesi dalla concessione: la spesa la anticipi tu. E se durante il piano disdici l'abbonamento o cambi fornitore, il beneficio può decadere insieme alla quota ancora da ricevere. Cambiare piattaforma a metà strada, qui, costa il doppio.

Come scriverei il piano di spesa, se il progetto è un sito

Il preventivo va diviso in due colonne. Nella prima quello che il voucher vede: abbonamento alla piattaforma per 24 mesi, hosting e backup in cloud, strumenti di sicurezza, configurazione entro il 30%. Nella seconda quello che paghi da solo: progetto, sviluppo, contenuti, posizionamento. Se chi ti fa il sito non te lo divide così, chiediglielo: ti evita di scoprire in istruttoria che metà del piano non era ammissibile.

Il rischio più serio che vedo è piegare il progetto al voucher. Scegliere una piattaforma in abbonamento perché il voucher ne paga metà per due anni è una decisione che dura molto più di due anni: la piattaforma la paghi anche dal venticinquesimo mese in avanti. La scelta fra una piattaforma in abbonamento e una che gestisci tu va fatta per chi ci metterà le mani, non per il bando.

E se il sito che ti serve è su misura, con un gestionale dietro o un configuratore, il voucher al massimo copre la parte di infrastruttura. Il resto va a bilancio come un investimento normale, e va bene così: è la parte che porta il risultato.

Ultima cosa: i bandi regionali per la digitalizzazione, per esempio quelli di Emilia-Romagna o Piemonte, hanno regole, date e spese ammissibili diverse e vanno letti a parte.

La mia posizione è semplice. Questo voucher è fatto bene per quello che è: ti paga metà di due anni di infrastruttura, e per una piccola impresa che deve passare in cloud e mettersi in sicurezza è una cifra vera. Non è un modo per farsi pagare il sito. Se il sito ti serve, lo fai perché ti serve, e il voucher ti paga la casa in cui abita.

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