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Cosa si rompe in un sito che nessuno tocca da tre anni

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Il modulo che smette di inviare, il certificato scaduto, i backup mai provati: quello che si rompe davvero in un sito lasciato a sé stesso, raccontato da chi li eredita.

Macro di un vecchio meccanismo di serratura coperto di polvere e ragnatele, tutto in bianco opaco, con un tenue bagliore ambra dentro il buco della serratura

Un cliente mi ha girato gli accessi di un sito consegnato tre anni fa e mai più toccato. Dentro il pannello: decine di aggiornamenti in attesa, un tema abbandonato dal suo autore e un modulo di contatto che aveva smesso di inviare email chissà da quando. Nessuno se n'era accorto, perché nessuno lo apriva mai.

Non è un caso sfortunato: è la situazione più comune che trovo quando eredito un progetto. Il sito viene trattato come una brochure, si stampa una volta e poi vive di rendita. Solo che una brochure non ha dipendenze da aggiornare, non scade e non può essere bucata.

Un sito è software, e il software invecchia

Anche il sito vetrina più semplice poggia su una pila di componenti che non controlli: il linguaggio del server, il CMS, il tema, i plugin, le librerie del frontend. Ognuno di questi pezzi pubblica aggiornamenti, e ogni aggiornamento che salti allarga la distanza fra il tuo sito e il mondo che gli gira intorno.

Il problema non è quasi mai il singolo aggiornamento saltato: è l'accumulo. Aggiornare un plugin indietro di una versione richiede un clic. Aggiornarne venti fermi da tre anni, su una versione di PHP che l'hosting sta per dismettere, è un progetto a sé. Mi è capitato di metterci più tempo a rimettere in piedi un sito trascurato di quanto ne fosse servito per costruirlo.

Le cose che si rompono in silenzio

La parte insidiosa è che quasi niente si rompe con un errore a tutto schermo. Le rotture vere sono silenziose:

  • il modulo di contatto smette di inviare, il sito sembra vivo ma le richieste finiscono nel nulla; è il danno peggiore proprio perché non lo vedi;
  • il certificato SSL non si rinnova e il browser comincia ad avvisare i visitatori che il sito non è sicuro;
  • un servizio esterno cambia le sue API e la mappa, il feed dei prodotti o il sistema di prenotazione smettono di funzionare;
  • i backup automatici si fermano per mancanza di spazio, e nessuno lo scopre finché non servono.

Su quest'ultimo punto ho una regola semplice: un backup che non hai mai provato a ripristinare non è un backup, è una speranza. Il test di ripristino è la parte di manutenzione che nessuno vuole pagare e che un giorno vale da sola tutto il canone.

La sicurezza non funziona come nei film

Quando dico che un sito non aggiornato è un rischio, l'immagine che scatta in testa a molti clienti è l'hacker che sceglie proprio il loro sito come bersaglio. Non funziona così: non sceglie nessuno. Esistono bot che scandagliano la rete in automatico cercando versioni di plugin con vulnerabilità note, e quando ne trovano una entrano. Non gli interessa chi sei: gli serve il tuo server per mandare spam, ospitare pagine di phishing o reindirizzare i tuoi visitatori.

Non è nemmeno una questione di piattaforma. WordPress finisce spesso sul banco degli imputati perché è il più diffuso, quindi il più scandagliato, ma un progetto su misura con le dipendenze ferme da tre anni ha lo stesso identico problema.

Le conseguenze però le paghi tu: l'avviso di sito compromesso su Google, le email aziendali che finiscono in spam perché il dominio ha perso reputazione, il posizionamento costruito in anni che crolla. Ripulire un sito compromesso costa sempre più della manutenzione che l'avrebbe evitato, e una parte del danno, quella sulla reputazione del dominio, non si ripara con un intervento tecnico.

Il conto arriva tutto insieme

La manutenzione saltata è un debito che matura interessi. Per mesi non succede niente e sembra di aver avuto ragione. Poi un aggiornamento obbligato dell'hosting, un plugin abbandonato dal suo autore o una compromissione presentano il conto di tre anni in una volta sola. A quel punto le opzioni rimaste sono due: un intervento d'urgenza costoso o il rifacimento.

Il paradosso è che spesso il rifacimento si fa, si paga, e il sito nuovo riparte esattamente come il precedente: senza nessuno che se ne occupi. Il ciclo ricomincia da capo, solo con un preventivo in più nel cassetto.

Cosa deve esserci in una manutenzione fatta bene

Non serve un contratto da multinazionale. Per la maggior parte dei siti aziendali una manutenzione seria contiene poche cose, fatte con regolarità:

  • aggiornamenti di CMS, tema, plugin e dipendenze, provati in un ambiente di test quando toccano pezzi delicati;
  • backup automatici conservati fuori dal server del sito, con un test di ripristino ogni tanto;
  • monitoraggio di uptime, scadenze di dominio e certificato, errori nei moduli;
  • un giro a mano periodico sulle pagine che contano: la home, il modulo di contatto, il checkout se c'è.

C'è poi una scelta a monte che cambia il peso di tutto questo. Una parte del nostro lavoro di sviluppo web va verso i siti statici anche per questa ragione: meno componenti in esecuzione sul server vuol dire meno superficie da difendere e meno cose che possono rompersi da sole. La manutenzione non sparisce, ma si riduce a una frazione.

Se stai per commissionare un sito, la domanda giusta non è quanto costa farlo. È chi se ne occupa dopo, e a quali condizioni. Un sito senza manutenzione non resta com'era il giorno della consegna: peggiora ogni mese, in silenzio. E il silenzio, qui, è la parte più cara.

Dimitri

Autore: Dimitri

Frontend developer

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