Contenuti scritti con l'AI: cosa penalizza Google davvero
Google non ce l'ha con l'AI: ce l'ha con le pagine prodotte in serie per posizionarsi. Dove passa la linea, e com'è fatto un flusso editoriale che non mette a rischio il sito.
Questo blog lo scrive in buona parte un'AI, e il flusso che lo produce l'ho costruito io. Quindi la domanda che mi fanno quando lo racconto («ma Google non vi penalizza?») me la sono già posta prima, con il sito dello studio in gioco. La risposta corta è no. Quella lunga spiega anche cosa conviene fare a te, con il tuo.
Cosa ha detto Google, senza interpretazioni
La posizione ufficiale è pubblica dall'inizio del 2023: Google premia i contenuti di qualità comunque siano prodotti. Non esiste una penalizzazione per l'uso dell'AI in sé. Quello che viene valutato è il risultato: la pagina risponde a una domanda reale? Dice qualcosa che le altre non dicono? Chi la firma sa di cosa parla?
Più interessante è quello che Google ha smesso di dire. Nelle linee guida sui contenuti utili la formula «scritti da persone, per le persone» è diventata «creati per le persone». La parte rimasta è quella che conta: lo strumento non è mai stato il punto, il destinatario sì.
La linea vera si chiama scaled content abuse
A marzo 2024 Google ha aggiornato le sue politiche antispam introducendo il concetto di scaled content abuse: produrre grandi quantità di pagine con lo scopo principale di posizionarsi, non di aiutare chi legge. La definizione è volutamente indifferente allo strumento. Vale per l'AI, per gli articoli pagati a peso, per i template che rigirano lo stesso testo su cento città.
Questo ribalta la domanda. Non «posso usare l'AI?» ma «questa pagina ha una ragione di esistere?». Le cento pagine «web agency + nome della città» erano spam dieci anni fa, quando le scriveva uno stagista, e restano spam oggi che le genera un modello in un pomeriggio. Un articolo che spiega bene una cosa vera, invece, non diventa spam perché l'ha impaginato una macchina.
Il rischio vero non è la penalizzazione
È l'irrilevanza. La maggior parte dei contenuti AI che vedo in giro non verrà mai penalizzata: semplicemente non si posizionerà, perché non aggiunge niente. Un modello linguistico lasciato solo produce il riassunto medio di quello che ha letto. Frasi corrette, generiche, che potrebbero stare su qualunque sito. Google non ha bisogno di punirle: gli basta preferire la pagina che porta qualcosa in più. Un caso reale, una misura fatta davvero, una posizione netta.
Il modo più concreto per stare sopra quella soglia è l'esperienza diretta. Le nostre regole di scrittura impongono episodi veri: un progetto ereditato, una misura fatta su un sito reale, un errore commesso in produzione. È la cosa che un modello non può inventare al posto tuo, ed è esattamente quella che manca al riassunto medio.
Poi ci sono i dati inventati. Quando un modello non conosce una cifra, spesso la produce lo stesso, con grande sicurezza. Un blog aziendale che cita numeri falsi danneggia la reputazione prima ancora del posizionamento.
Com'è fatto un flusso editoriale che regge
Il nostro, per come lo abbiamo messo in piedi:
- Gli argomenti li sceglie una persona. C'è una coda editoriale dove ogni voce ha un angolo e una keyword decisi da chi il mestiere lo fa. L'AI non decide mai di cosa parlare.
- Le regole di scrittura sono divieti, per iscritto. Nessuna statistica, percentuale o data che non sappiamo sostenere: se un numero servirebbe ma non c'è, la frase si riscrive senza. Niente aneddoti di fantasia, niente frasi riciclabili in un altro articolo.
- Le verifiche stanno prima della pubblicazione. Link interni che puntano a pagine esistenti, cifre sostenibili, una rilettura a caccia di frasi che suonano finte. Dopo la pubblicazione non rilegge nessuno, quindi il controllo deve stare tutto lì.
- Sopra ogni articolo c'è un nome. Se c'è scritta una cosa sbagliata, la figura la fa una persona dello studio, non «il sistema». La responsabilità è il correttore più efficace che conosco.
La parte che sorprende chi me lo chiede: scrivere le regole è costato più lavoro dei primi articoli. Il lavoro non sparisce, si sposta. Dalla scrittura alla direzione editoriale: scegliere cosa vale la pena dire, e impedire al sistema di dire sciocchezze.
Le domande da fare a chi ti vende contenuti
Se stai valutando un fornitore che ti propone articoli scritti con l'AI, le domande da fare sono queste: chi sceglie gli argomenti, e in base a cosa. Chi verifica i fatti prima che vadano online. Cosa succede quando il modello sbaglia. E diffida di chi vende volume: «trenta articoli al mese» senza un piano è la descrizione di uno scaled content abuse con la fattura.
Secondo me l'AI dentro un flusso editoriale è come un framework nello sviluppo: toglie il lavoro meccanico e amplifica quello che sai già. Se non hai niente da dire, ti aiuta a dirlo più in fretta e su più pagine, e Google se ne accorge. Se hai un punto di vista e regole serie, ti permette di pubblicare con costanza cose che stanno in piedi. È il criterio con cui costruiamo i flussi di contenuti AI per i clienti, ed è lo stesso che applichiamo quando facciamo SEO: prima la ragione di esistere della pagina, poi tutto il resto.
Autore: Dimitri
Frontend developer
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