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Vendere su ChatGPT: cosa serve perché i tuoi prodotti compaiano? Nove campi compilati bene, non una campagna

6 min di lettura
E-commerce
AI
Dimitri

Autore: Dimitri

Frontend developer

Per comparire su ChatGPT non serve una campagna: servono pagine prodotto leggibili dal crawler e un feed con nove campi obbligatori compilati su tutto il catalogo. Il checkout in chat non c’è più, i dati restano.

Macro di una fitta pila di cartellini prodotto bianchi opachi con cordini, stratificati e a ventaglio come pagine di un archivio, che riempiono tutto il fotogramma e convergono verso un tenue bagliore ambra al centro

Da qualche mese, quando consegno un e-commerce, una delle prime domande del cliente è «e su ChatGPT ci finiamo?». La risposta che do non piace mai, perché non c’è niente da comprare e nessuno da chiamare.

Per comparire su ChatGPT servono due cose: pagine prodotto che il crawler di OpenAI riesce a leggere, e un feed con nove campi obbligatori compilati per ogni articolo, da inviare al programma per merchant di OpenAI, che oggi accetta partner approvati. Il pagamento dentro la chat non c’entra più: OpenAI lo ha ritirato a marzo 2026 e adesso, quando l’utente vuole comprare, lo manda sul tuo sito.

Quindi il lavoro è sui dati del catalogo. Tutto il resto è contorno.

Il checkout in chat è durato sei mesi, il catalogo è rimasto

Instant Checkout, presentato a fine settembre 2025 con Etsy come primo partner, permetteva di pagare senza uscire da ChatGPT. A marzo 2026 OpenAI lo ha tolto: oggi l’assistente mostra i prodotti e, al momento dell’acquisto, apre il negozio in una scheda del browser o dentro l’app. Ne avevo accennato nel confronto tra WooCommerce e Shopify, e la conclusione non è cambiata: il negozio serve, e serve che funzioni.

Quello che è rimasto in piedi è la parte meno vistosa: l’Agentic Commerce Protocol, lo standard aperto scritto con Stripe, e soprattutto la specifica del feed prodotti. È lì che si decide se i tuoi articoli compaiono. Ed è un lavoro sui dati, non sulla comunicazione.

I nove campi obbligatori sono facili da elencare, difficili da avere

La specifica del feed di OpenAI chiede, per ogni articolo o per ogni variante, questi campi: item_id, title, description, url, brand, seller_name, image_url, availability e price. Nessuno è esotico. Il problema non è capirli, è averli compilati su tutto il catalogo e non solo sui venti prodotti di punta.

I vincoli che contano, perché è lì che i cataloghi veri si inceppano:

  • title: massimo 150 caratteri, e deve includere la variante («Felpa grigia, taglia M», non «Felpa»).
  • description: testo semplice, senza HTML, massimo 5.000 caratteri, e descrittivo. La frase del fornitore incollata su trenta prodotti uguali passa la validazione ma non aiuta nessuno.
  • availability: uno di cinque valori fissi, in_stock, out_of_stock, pre_order, backorder o unknown. «Disponibile su ordinazione» non è un valore.
  • price: nel formato «79.99 EUR», numero con il punto e codice valuta. Non «€ 79,99».
  • url: pubblica e con la variante già selezionata, così chi arriva vede la taglia che ha chiesto.
  • brand e seller_name: veri. La specifica vieta i segnaposto come «n/a» o «unknown» dove non sono previsti.

Una riga del feed nel formato JSONL di OpenAI ha questo aspetto:

{"item_id":"felpa-grigia-m","title":"Felpa in cotone grigia, taglia M","description":"Felpa girocollo in cotone 100%...","url":"https://negozio.it/felpa-grigia?taglia=M","brand":"Nome Marchio","seller_name":"Nome Negozio","image_url":"https://negozio.it/img/felpa-grigia.jpg","availability":"in_stock","price":"79.99 EUR"}

I campi facoltativi (gtin, raggruppamento delle varianti, prezzo scontato, spese di spedizione, condizioni di reso, recensioni) servono al posizionamento e alla fiducia, e li aggiungi dopo. Poi ci sono due interruttori: is_eligible_search, che di default è acceso, e is_eligible_checkout, che di default è spento. Il secondo oggi lo lasci spento e non ci pensi.

Il feed va rifatto ogni giorno, quindi lo deve fare una macchina

OpenAI chiede uno snapshot completo del catalogo almeno una volta al giorno, caricato via SFTP in JSONL o CSV compressi, e consiglia di partire con un campione di un centinaio di articoli per farlo validare prima di automatizzare. Tradotto: non è un file che esporti una volta dal pannello e dimentichi. È un job che gira, che legge i dati dal CMS, li traduce nel formato giusto e si rompe quando qualcuno rinomina un attributo.

Su Shopify questa parte la fa la piattaforma: dal 24 marzo 2026 gli Agentic Storefronts espongono il catalogo a ChatGPT e ad altri assistenti, partendo dai merchant statunitensi, e si gestiscono dal pannello come un canale di vendita. Su WooCommerce il quadro è meno finito: l’MCP è nel core, il feed passa da estensioni di terze parti e il checkout agentico tramite Stripe è ancora annunciato sulla pagina ufficiale. In entrambi i casi il feed è una fotografia del catalogo: se la scheda è vuota, il feed è vuoto.

Anche senza feed, ChatGPT legge le tue pagine prodotto

Il programma per merchant oggi è riservato ai partner approvati: si compila il modulo su chatgpt.com/merchants e si aspetta. ChatGPT Shopping è nato negli Stati Uniti e OpenAI non pubblica un elenco di paesi, quindi non so dirti quando un negozio italiano entra. Ma ChatGPT ha anche un crawler, OAI-SearchBot, che legge le pagine pubbliche per la sua ricerca e cita quello che trova. Questa strada è aperta a tutti, e chiede la stessa igiene.

In pratica: un robots.txt che non lo blocca, un HTML che contiene già prezzo e disponibilità quando la pagina arriva, non montati dopo dal JavaScript, e i dati strutturati Product che dicono le stesse cose del feed. Non ho misure su quanto JavaScript esegua OAI-SearchBot, e non ne ho viste pubblicate; lo tratto come trattavo Googlebot prima che imparasse a renderizzare: quello che conta sta nell’HTML. Un negozio che fa questo lavoro compare comunque, ed è pronto per il feed il giorno in cui la domanda viene accettata.

Chi ha il catalogo sporco resta invisibile, e non se ne accorge

Questa è la parte che mi preoccupa di più. Un catalogo con le descrizioni copiate dal listino del fornitore, le disponibilità che si aggiornano a mano, i brand compilati a metà: sul sito si nota appena, perché chi compra guarda la foto e il prezzo. In un feed è un articolo scartato in silenzio. Nessuno ti manda una mail, gli ordini continuano ad arrivare dai canali soliti, e l’assenza da ChatGPT non compare in nessun report.

Quando eredito un e-commerce la prima cosa che faccio è esportare il catalogo in un foglio e contare le celle vuote, colonna per colonna. Il risultato sorprende sempre chi lo gestisce da anni, perché dal pannello si vede un prodotto alla volta e in tabella si vedono tutti insieme. Quel foglio è il preventivo: dice quante ore di dati ci sono prima di qualsiasi integrazione.

Cosa decidere, se il negozio lo stai commissionando adesso

Le cose da mettere in chiaro con chi ti sviluppa il sito sono tre, e nessuna è una funzione da aggiungere dopo:

  • Chi è responsabile dei dati di catalogo. Una persona, non un plugin: i campi obbligatori li compila qualcuno che conosce i prodotti, e li tiene aggiornati.
  • Come è fatto il template della scheda prodotto: HTML completo già dal server, dati strutturati Product, e un URL per variante. È il lavoro che rende leggibile la pagina al crawler oggi e al feed domani.
  • Che l’esportazione del catalogo nel formato di un feed sia nel preventivo, con la sua automazione, e non un «lo vediamo poi».

La mia posizione è che vendere su ChatGPT, oggi, sia una conseguenza di come tieni i dati, più che un canale da aprire. Chi ha il catalogo in ordine ci arriverà con poco sforzo quando il programma si aprirà anche qui, e nel frattempo compare già nelle risposte. Chi non lo ha in ordine può fare tutto il marketing che vuole. Se stai per aprire o rifare un e-commerce, la prima domanda da fare a chi lo costruisce è questa: come esce il catalogo, e chi lo tiene pulito?

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